la nota

Storia di un avvenimento: la nascita del Teatro Metastasio

Continuiamo con il riassunto delle pagine di Roberto Fioravanti su <La Musica a Prato>
curato da Veronica Vestri. La sesta puntata è dedicata alla nascita del Teatro Metastasio.

Quando il Teatro dei Semplici non fu più adeguato alle esigenze e ai gusti del pubblico, era, infatti, troppo piccolo per accogliere il sempre crescente numero degli spettatori e non corrispondeva, ormai, ai canoni estetici ed architettonici del periodo, ma soprattutto apparve come inadeguato ed insufficiente per gli allestimenti scenici dei nuovi spettacoli che il melodramma andava proponendo, i pratesi, preoccupati del fatto che la loro città potesse rimanere priva di un teatro commisurato alle aspettative dei cittadini e all'importanza che la nostra città andava assumendo nella realtà economica del Granducato di Toscana, iniziarono i preparativi per la costruzione di un nuovo teatro.
L'idea partì dal ceto medio, da quella borghesia liberale e piuttosto ricca, che, fra l'altro, era e sarebbe stata uno dei maggiori utenti del teatro stesso; in particolar modo l'iniziativa fu guidata dal notaio Benedetto Cecconi che affidò l'incarico di trovare un luogo adatto all'occorrenza, a Stefano Berti,
All'inizio del 1820 il Berti indicò un'area delimitata da via Ser Lapo Mazzei, il Palazzo Pretorio e la Biblioteca Roncioniana: la zona, ovviamente, era occupata da altri edifici, che dopo essere stati comprati dal comitato promotore, sarebbero stati demoliti.
Il progetto del teatro fu affidato a Giuseppe Valentini, figlio del più famoso Francesco, ed autore, a Prato, di alcune opere di un cero rilievo, come molti locali del Conservatorio di San Niccolò, il portone del Collegio Cicognini, l'edificio dell'albergo "Stella d'Italia" e molti altri.
Nel 1824 il progetto e il relativo bozzetto furono presentati al gruppo dei pratesi promotori dell'iniziativa, che intendendo costituirsi come società per azioni, cercarono soci e affiliati anche mediante la pubblicazione di un manifesto, intitolato "Nuovo Teatro di Prato, che in trentaquattro articoli illustrava minutamente tutte le caratteristiche dell'intera iniziativa.
In molti aderirono e nel marzo del 1825 si firmò l'atto costitutivo della società i cui membri appartenevano, come si è detto, per la maggior parte alla media borghesia emergente: questo particolare non deve essere sottovalutato se si mette in relazione al fatto che il Teatro dei Semplici, nato nella scia delle accademie seicentesche era, quindi, per sua stessa natura, assoluta proprietà della nobiltà cittadina.
La costruzione del nuovo teatro era condizionata dall'autorizzazione all'inizio dei lavori dell'Ufficio del Buon Governo, un'istituzione del Granducato che vigilava sulle opere pubbliche del territorio; quest'ufficio prima di dare il via all'edificazione di un nuovo locale dovette verificare l'inadeguatezza e inagibilità del Teatro de Semplici, che, come è logico, la nobiltà pratese non voleva eliminare, addirittura opponendosi fermamente alla costruzione del nuovo ambiente.
Per mettere fine alla controversia si preferì chiedere l'autorizzazione senza procedere, in via preliminare, alla demolizione del vecchio teatro: fortunatamente il Granduca Leopoldo II concesse egualmente il permesso nell'aprile del 1826.
Niente sembrava ostacolare il progetto se non il fatto che molti proprietari delle case da demolire, nonostante gli accordi presi negli anni precedenti, non vollero più accettare le condizioni loro imposte: quest'ultima difficoltà veniva poi a legarsi all'incertezza di molti soci sull'opportunità del luogo scelto dal Valentini.
Nell'estate del 1826 il problema arrivò ad una soluzione: il nobiluomo Luigi Martini ereditò, in quel periodo, un palazzo al numero 948 di via del Piloto, nella parrocchia di Santa Maria delle Carceri; Martini, decise di vendere l'intero immobile alla società per il teatro nuovo per la cifra di 4500 scudi.
Acquistato l'immobile, si decise, però, di cambiare il progetto, visto che quello del Valentini non aveva riscosso il successo previsto, assegnando l'incarico a Luigi De Cambrai-Digny, di origine francese, direttore dello Scrittoio delle Fabbriche Granducali e professore all'Accademia di Belle Arti di Firenze e già autore del teatro dell'Accademia dei gelosi impazienti di Empoli.
Il progetto, presentato nel 1827, seppur con qualche critica, nel complesso piacque: la facciata, curvilinea, esattamente come quella che vediamo oggi, rappresentò l'aspetto più singolare ma era l'unica soluzione per rispettare la curva stradale; l'interno presentava una disposizione diversa da quella attuale: solo tre ordini di palchi, mancava quello che nella sistemazione odierna è il primo, e la platea si estendeva fin sotto i palchi sorretti da un colonnato aperto.
Dal marzo del 1828 al settembre del 1830 si procedette ai lavori e le aspettative dei soci e dei cittadini crebbero: l'aspetto che il teatro aveva per l'inaugurazione, l' 8 settembre del 1830 con la recita dell' "Aureliano in Palmira", era abbastanza simile all'attuale: esternamente niente, si può dire, è sostanzialmente cambiato, per quanto riguarda l'interno dobbiamo immaginare quattro ordini di palchi (il loggione è, infatti, una modifica successiva) tutti dipinti di bianco con decorazioni dorate e tappezzeria rossa; ai lati del palcoscenico i camerini per gli artisti, in fondo una corte con giardino e dal terz'ordine l'accesso ad un salone riservato ai soci; tutto era ormai pronto per un teatro dal futuro importante e prestigioso.


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